Donne, orsi e libertà

A casa mia c’è l’influenza e così, come vuole la tradizione ho portato una rivista per il malato di turno.
Essendo venerdì ho optato per la Repubblica così da potermi accaparrare quotidiano e rivista.

Mi ha colpito un articolo di Filippo Ceccarelli, Libero Orso in lilbera patria.

La storia in breve racconta di un gruppo di soldatesse Peshmerga che ha rimesso in libertà un orso, tenuto in cattività, accompagnandolo sulle montagne di Erbil dove probabilmente era nato.

Qui la galleria originale

In particolare questa foto così ricca di simboli e storia mi è rimasta dentro.

Qui c’è il popolo curdo, che come nessun altro ha a che fare con il tema della libertà, e della persecuzione.

Un popolo che dal 1920 segue il sogno di indipendenza e che conta circa 30 milioni di persone distribuite nel territorio di quattro Stati: Turchia, Iraq, Siria e Iran.
Dimenticati dalla comunità internazionale, costantemente emarginati se non repressi, i quattro popoli curdi hanno un solo scopo comune: la nascita di uno Stato indipendente.

Il referendum del 25 settembre 2017 ha interessato le quattro province della regione curda (Dohuk, Erbil, Suleimaniya e Halabja) e anche i territori contesi tra i due governi, le province di Kirkuk, Diyala e Ni­nive.

Città multietnica, abitata da curdi, arabi, assiri e turkmeni in particolare (e rispettive milizie), Kirkuk è capoluogo e soprattutto ricca di petrolio è una delle zone più contese tra il governo centrale di Baghdad e quello curdo di Erbil.

Dal 2014, con lo scompiglio apportato in Siria e in Iraq dall’ascesa dello Stato islamico (Isis), i peshmerga (le forze armate curde irachene) hanno potuto acquisire sempre più rilevanza strategica e hanno avuto un ruolo importante nel contrastare l’avanzata dell’Isis, nella protezione di siti come Kirkuk e quindi ora presentano il prevedibile conto alla comunità internazionale: la creazione di un vero e proprio Stato curdo.

Ma le riserve petrolifere della regione autonoma curda sono stimate in 45 miliardi di barili e il loro sfruttamento è legato a doppio filo all’oleodotto che giunge a Ceyhun in Turchia e al valico di Habur, dove transitano 1700 tir al giorno. Da qui la minaccia del presidente turco Erdogan, contrario al referendum, che promette di bloccare le esportazioni di petrolio del Kurdistan iracheno. Sulla stessa linea, il governo iracheno ha intimato a tutti gli acquirenti di greggio estratto nel Paese, Kurdistan incluso, di trattare solo con Baghdad.

Il 20 gennaio la Turchia ha inoltre lanciato l’operazione “Ramoscello d’Ulivo”, un’offensiva contro l’enclave curda di Afrin nel nordovest della Siria.

L’operazione militare è la reazione alle dichiarazioni di Washington di metà gennaio, secondo cui sarebbe necessario creare nel nord della Siria una forza di sicurezza arabo-curda a presidio permanente dell’area, al fine di evitare il ritorno dello Stato Islamico.
Gli Stati Uniti hanno investito molto nelle forze arabo-curde dello SDF (Forze di Sicurezza Democratiche), protagoniste, tra l’altro, della liberazione di Raqqa dallo Stato Islamico. Ma la Turchia teme le SDF tanto quanto lo YPG (Unità di protezione del popolo curdo) e li considera entrambi gruppi terroristici alla stregua del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), che da decenni lotta per vedere riconosciuta l’autonomia curda in territorio turco.
Lo stesso Erdogan ha esortato la Nato (di cui la Turchia fa parte) a fermare chiunque aiuti l’SDF a creare “un esercito di terroristi” alle sue frontiere, asserendo che è dovere del suo governo impedirlo se non lo faranno altri.

Dopo averle sfruttate contro il Califfato, così come in Iraq, le potenze preferiscono adesso uccidere sul nascere ogni speranza di veder crescere uno stato curdo in Medio Oriente.

In queste ore milioni di curdi stanno abbandonando Afrin, senza sapere se mai potranno farne ritorno e senza avere uno stato dove rifugiarsi.

fonte: Panorama

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